Lectio degasperiana 2021 - Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane

 

 

 

Avv. Giuseppe Guzzetti

Pieve Tesino, 18 agosto 2021




Premessa.

Ringrazio Beppe Tognon, presidente della Fondazione trentina A. De Gasperi, per avermi offerto l’opportunità di rendere una testimonianza personale sullo statista. De Gasperi mi catturò all’impegno politico quando, imberbe studente liceale al Collegio Arcivescovile Ballerini di Seregno (Mi), ascoltai il comizio che tenne a Torino per la campagna elettorale del 1953. Il Collegio aveva organizzato la visita dei liceali al Salone dell’auto ma, giunti a Torino, visti i manifesti del comizio, mentre i miei compagni andarono a vedere le automobili, io e il vicerettore, don Luciano Ravasi, andammo in piazza San Carlo.

De Gasperi mi parve subito un grande leader. Seguivo la sua intensa attività politica sul ‘Corriere della Sera’, un giornale non ammesso in Collegio, che il vicerettore mi faceva leggere di nascosto nel suo studio. Al Ballerini gli unici giornali ammessi erano, al lunedì, la ‘Gazzetta dello sport’ e ‘Tuttosport’. Il risultato fu che, sempre con la copertura di don Luciano Ravasi, scappai per oltre venti sere dal Collegio per fare campagna elettorale per la DC a Giussano, in provincia di Milano. Ricordo che era la campagna elettorale della cosiddetta «legge truffa» che dava un premio del 3% alla coalizione che avesse superato comunque il 50% dei voti. Mentre oggi la legge elettorale darebbe la maggioranza a chi superasse il 40%. Delle due leggi quale è la vera «legge truffa»?

Sono stato un politico, nella Democrazia cristiana, un amministratore, Presidente della Regione Lombardia. Altri mi hanno definito un filantropo in quanto per 20 anni ho presieduto l’Associazione delle fondazioni di origine bancaria. A questo proposito i miei meriti sono molto minori di quanto si creda, perché per aiutare il prossimo io ho avuto a disposizione non solo il grande patrimonio della Fondazione Cariplo, ma anche la rete del cooperativismo, del volontariato, dell’impresa sociale e del privato sociale, che, anche quando non si vede, cuce ogni giorno la tela della nostra società e della nostra democrazia.

1. Le democrazie liberali occidentali si reggono tutte su tre Pilastri: lo Stato, il Mercato e la Comunità. Lo Stato è la mano pubblica; il Mercato genera il profitto per remunerare gli investitori, ma solo la comunità è in grado di coniugare in maniera efficace il privato con i bisogni sociali. Lo abbiamo visto anche in questa pandemia.

De Gasperi aveva un concetto moderno e anticipatore di comunità anche se ai suoi tempi si usavano altri concetti, ad esempio quello di «popolo». Ma per lui il popolo si reggeva sulle comunità. Nella relazione all’Assemblea costitutiva del nuovo Partito popolare a Trento,
il 14 ottobre 1919, De Gasperi disse: «Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo?» Per De Gasperi la comunità è il ganglio più vivo e resistente di una democrazia.

Il Terzo Pilastro è un fenomeno economico e sociale imponente, di cui nessuna amministrazione pubblica potrebbe più fare a meno. La più recente indagine Euricse/lstat documenta la forza e l'insostituibilità del Terzo Settore in Italia: 400.000 Enti, 5.500.000 volontari, 1.580.000 dipendenti. Un fatturato che si stima raggiunga gli 80 miliardi di euro,
circa il 5% del PIL. Per rafforzare la presenza delle comunità il privato sociale deve continuamente innovare per tener dietro ai bisogni che cambiano.

E per spiegarmi vorrei citare 3 iniziative importanti su cui mi sono impegnato a fondo. La prima è l’edilizia sociale per dare alloggi alle persone e alle famiglie che non possono pagare un affitto di libero
mercato e che non è la vecchia edilizia popolare del Piano Fanfani: sperimentatane la fattività con la Cariplo è grazie all’azione del ministro Giulio Tremonti che l’edilizia sociale è diventata un programma nazionale di successo.

La seconda è la Fondazione con il Sud che è oggi l’unico strumento per sostenere l’infrastruttura sociale nel Mezzogiorno. Infine, vorrei citare i
programmi per estirpare la povertà educativa infantile in Italia e a Milano. I sussidi o i buoni scuola alle famiglie sono importanti, ma la povertà educativa si batte solo con le comunità educanti, che sono ben altra cosa.

Ma come si è costruito questo Terzo Pilastro? Lo storico e politico francese, Alexis Tocqueville, andato negli Stati Uniti nel 1831/32 per studiare gli ordinamenti democratici statunitensi e la vita politica e sociale di quella prima e grande democrazia moderna, di ritorno in Europa, nell'opera fondamentale De la démocratie en Amerique, non senza sua sorpresa, evidenziò la presenza di una componente del tutto nuova, la «comunità».

Il termine «comunità» è studiato dai sociologi, ma la sua sostanza affonda nel bisogno umano di creare legami, di riconoscersi negli altri, di vivere insieme. Gli studiosi dicono che sono comunità i gruppi sociali con una base territoriale, linguistica, religiosa, politica comune. In definitiva, l’idea di comunità richiama un bisogno di identità ed è per questo motivo che la comunità non può essere una cosa immateriale, a distanza. Lo abbiamo visto con la scuola che con la didattica a distanza si snatura.

Spesso è la politica che tradisce i bisogni di comunità, sia quando impone uno statalismo stupido sia quando propone cattivi modelli di comunità fondate sul sangue, sulla razza, su false ideologie.

De Gasperi aveva molto chiaro che le comunità e gli Stati sono soggetti speciali che devono trovare un equilibrio in valori sociali e spirituali più alti. De Gasperi conosceva il problema perché è stato figlio della disgregazione di un Impero e perché capiva bene l’importanza delle relazioni internazionali. Da deputato italiano di un ormai fragile Impero e
da capo del governo di una nazione sconfitta e che si era macchiata di molti torti, aveva ben chiaro che la politica internazionale è la base di ogni politica interna. Nei quasi dieci anni in cui fu Presidente del Consiglio è stato per ben quattro anche ministro degli Esteri.

In De Gasperi vi era la dialettica tra la sua coscienza di cittadino trentino e poi italiano, sempre puntuale e fiera, e la sua coscienza di cattolico, di figlio di una religione universale ma anche di un ordine politico e giuridico, quello cattolico romano, che De Gasperi prese sempre a modello contro i nazionalismi.

Rileggendo le lettere di De Gasperi nella bella edizione digitale del suo epistolario capisco quale fosse la radice dell’ostinata concezione della laicità che lo pose talvolta in conflitto con la Curia vaticana e anche con papa Pio XII, che gli negò un’udienza con la sua famiglia. E anche se da Presidente del Consiglio dovette stigmatizzare questo rifiuto, mai dalla
sua bocca o dalla sua penna uscì una parola cattiva contro il messaggio evangelico e contro la Chiesa. Vorrei allora dire che la sua santità, di cui si torna a parlare, non è e non dovrebbe essere di tipo ecclesiastico o devozionale, ma piuttosto politico, un esempio di eroismo nel difendere la libertà, la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto.


2. Se Tocqueville scoprì la comunità in America, bisogna dire che lo spirito comunitario non mancava in Europa. Le democrazie liberali europee risposero alla provocazione libertaria americana con l’invenzione straordinaria del Welfare state che oggi appare più che mai centrale nella vita delle nostre comunità. Il Welfare oggi è in crisi perché la ricchezza da redistribuire non è più sufficiente, ma anche perché non sappiamo più riconoscere le motivazioni profonde che stavano alla base della sua costruzione.

Non sappiamo più riconoscere la logica di un sistema di solidarietà che sta alla base dei tre Pilastri. È evidente che con lo sviluppo industriale e con l’avvento di società dal profilo incerto, anche l’antico spirito cooperativo ha dovuto fare i conti con il Mercato e con lo Stato i cui ambiti si sono enormemente allargati. La difesa dell’ambiente o lo sviluppo di forme pulite di energia sono ben oltre la portata di uno o più Stati e richiedono interventi globali. In Italia l’istruzione per tutti è stata realizzata, ma purtroppo rivela una usura preoccupante e si formano nuovi mari di ignoranza che preoccupano. Si ha un bel dire che il nostro sistema sociale è attaccato dalla Cina, dalla globalizzazione: più di ciò fa l’inefficienza dello Stato, fa l’illegalità, fa la cattiva educazione, fa lo scambio perverso tra interessi politici e interessi economici.

Anche il Mercato deve adattarsi a nuovi scenari. Il principio fondamentale dei mercatisti, cioè fare profitto per remunerare gli investitori, non basta più. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con la sostenibilità sociale. È comparso proprio negli Stati Uniti l'acronimo ESG: E= ambiente, S= sostenibilità G= Governance.

Le aziende devono avere attenzione alle comunità, al territorio e all'ambiente; così facendo hanno vantaggi competitivi e creano valore a lungo termine. È un superamento in avanti anche del c.d. Welfare aziendale che mette a disposizione dei lavoratori e delle loro famiglie dei servizi per la salute, la scuola, la sicurezza sul lavoro ecc.

Il Terzo settore non può certamente risolvere da solo il problema della povertà, della fame e soprattutto della disuguaglianza a livello globale, ma può resistere a semplificazioni brutali o mettere in crisi alcuni monopoli. Può essere un buon alleato del Primo Pilastro, dello Stato e degli organismi sovranazionali. Anche la voce di papa Francesco, contro la logica del solo profitto e degli scarti sociali, non potrebbe risuonare così vera se non trovasse concreta applicazione in un’esperienza sociale ed economica come quella del Terzo settore che, sebbene non comparabile a quella degli Stati e dei Mercati, cura molte ingiustizie.

Il Terzo pilastro non è tuttavia solo una forza economica. È una espressione forte di «fraternità», una parola che ricorre continuamente nei discorsi degasperiani. Nelle Idee ricostruttive della DC del 1943, De Gasperi scrive, che «una democrazia rappresentativa, espressione del suffragio universale, è fondata sulla fraternità». In un comizio di 75 anni fa, l’11 maggio 1946, per il referendum tra Repubblica e Monarchia, De Gasperi ha detto: «La Repubblica libera e popolare non nasce da uno statuto, nasce e matura nella coscienza di ciascuno. Se non c’è la convinzione personale, se non c’è il vostro impegno di assumere la parte nuova di responsabilità che vi tocca, se non c’è la vostra personale maturata collaborazione, ingaggiata per l’avvenire, la Repubblica non diventa».

Il Terzo Pilastro non solo aiuta a vivere meglio, ma rafforza la democrazia recuperando antichi statuti e antiche tradizioni, come quella delle Regole che anche voi ben conoscete. Contiene l'invadenza degli avventurieri politici e della mano pubblica in settori che meglio possono essere affrontati e risolti dal privato sociale. I cittadini costituiscono associazioni libere e democratiche rette da statuti da loro deliberati. Il volontariato realizza il pluralismo delle istituzioni dando forza alla cultura del dono; risolve problemi per una società più equa evitando che le tensioni sociali sfocino in una conflittualità che mina la democrazia. Ciò è evidente anche sul piano internazionale dove la presenza di organizzazioni umanitarie è fondamentale. I populisti sovranisti invece non amano il privato sociale e non appena incontrano esempi di cattiva gestione o gente che se approfitta se la prendono con l’intero settore.

3. Nella nostra Costituzione, lo spirito comunitario è alla base di numerosi articoli. Fin dall'art. 2 riconosce le formazioni sociali che operano nella comunità: «La Repubblica riconosce e garantisce le formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità (quella delle persone) e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale». L'Art. 118, ultimo comma, dopo le modifiche introdotte nel 2001, ha costituzionalizzato anche il principio di sussidiarietà: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Provincie, Comuni, favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini singoli ed associati per lo svolgimento, di attività di interesse generale sulla base del principio di sussidiarietà».

La Sentenza 131 del 10 maggio 2020 della Corte costituzionale ha formalmente riconosciuto un ruolo fondamentale al Terzo pilastro: dice che con l’art. 118 «si è voluto superare l’idea per cui solo l’azione del potere pubblico è idonea allo svolgimento di attività di interesse generale e si è riconosciuto che tali attività possono essere perseguite anche da una autonoma iniziativa dei cittadini, che in linea di continuità con quelle espressioni della società solidale risulta ancora oggi fortemente radicata nel tessuto comunitario del nostro Paese».

Anche nel programma italiano per il PNRR, alla Missione 5, si afferma che «l’azione pubblica potrà avvalersi della collaborazione del Terzo settore, della coprogettazione dei servizi e della loro realizzazione tra
pubblico e privato». Sono affermazioni importanti.

Del legame tra visione politica ed economia è testimonianza una bella lettera che De Gasperi scrisse nell’ottobre del 1943 a Sergio Paronetto, probabilmente il più brillante economista cattolico che ispirò il codice di Camaldoli e che purtroppo morì giovanissimo a 34 anni: «Senza dubbio l’immediato domani esige lavoro ricostruttivo, ma l’antifascismo a cui

dobbiamo ancora tenere non è quello impastato di rappresaglie, di bandi e di esclusioni, ma è il criterio che ci serve a identificare, misurare e giudicare gli stessi antifascisti: la mentalità antilibertaria della dittatura borghese-repubblicana, militare-monarchica o proletario-comunista, la passione rivoluzionaria dei comitati di salute pubblica, l’ambizione giacobina d’improvvisare riforme, la suggestione del nuovo, dell’ardito a qualunque costo (...). Ed ecco perché, in tale senso, l’antifascismo è una pregiudiziale ricostruttiva. Quest’antifascismo non riguarda la tessera, ma l’animus, i metodi della vita pubblica». De Gasperi usciva da un ventennio di opposizione allo Stato fascista, ma non fu mai preso dalla tentazione giacobina di realizzare uno «Stato perfetto» democratico e magari tutto cristiano. Il perfettismo non era la sua passione.

Dal Secondo Pilastro, dal Mercato, De Gasperi si aspettava molto, ma non si faceva tuttavia troppe illusioni. Da uomo concreto conosceva l’importanza del denaro, che non è solo una moneta. La realtà e il quadro internazionale lo indussero a condividere le posizioni di Saraceno e Vanoni sulla economia sociale di mercato, che grande fortuna avrà anche in Germania e che rispondeva ad una tradizione antica del cattolicesimo sociale e delle Dottrina sociale della Chiesa: né liberismo puro, né statalismo, ma economia mista di mercato, pubblico-privata.

Conclusione.

C’è una attualità di De Gasperi in un mondo globalizzato che è radicalmente cambiato? Il presidente Draghi, insignito del premio De Gasperi nel 2016 a Trento, ha affermato – con parole degasperiane – che «la ragione ultima di esistenza di un governo consiste nell’offrire ai propri cittadini sicurezza fisica ed economica e, in una società democratica, nel preservare le libertà e i diritti individuali insieme a un’equità sociale che rispecchi il giudizio degli stessi cittadini».

Draghi parlava da Presidente della BCE, da banchiere, ma oggi è Capo del governo e sta attuando quanto egli affermò a Trento. De Gasperi curava con determinazione la rappresentanza politica e le istituzioni parlamentari. Come Draghi ha detto di voler fare in occasione dell’insediamento. De Gasperi cercava con convinzione un vasto consenso popolare perché senza di esso nessuna prospettiva riformatrice poteva essere solida e Draghi ha oggi un vasto consenso popolare.

La politica economica degasperiana appare per molti aspetti molto vicina a quella che potrebbe essere la seconda politica di ricostruzione europea, prevista anche dal PNRR proposta da Draghi. I popoli non possono essere ridotti a masse di assistiti: non solo il peso del debito pubblico, ma la stessa razionalità economica ci dicono che non sarà mai possibile.

Per questo se il Primo Pilastro, lo Stato, trova nel Terzo pilastro una strada sussidiaria di impegno economico e sociale che rispetti l'autonomia dei cittadini che si associano per soddisfare bisogni sociali collettivi, anche il Secondo, il Mercato, potrà meglio liberarsi dalla cattiva mediazione politica e procedere spedito lungo la strada delle libertà di impresa e della sua funzione sociale.

De Gasperi credeva in una concezione politica fondata sulla autonomia di pensiero e di fede e sul legame tra le generazioni, sulla comunità. Chi taglia legami antichi semina odio, chi pretende di tagliare di netto nodi intricati li stringe ancor di più. La comunità non può certo essere il sepolcro della democrazia parlamentare, ma è uno spazio che lo Stato e il Mercato devono rispettare, rafforzare, non occupare.

Concludo rivolgendomi ai giovani che con buona ragione rifiutano l’impegno politico, ai milioni di italiani che non votano più perché i partiti con le liste bloccate rompono il rapporto democratico che deve esistere tra eletti ed elettori, agli elettori che affidano il superamento della nostra democrazia ai populismi e ai sovranismi e che invocano il popolo senza la mediazione delle istituzioni, e infine anche ai movimenti che propongono un’impossibile democrazia dal basso.

A tutti vorrei dire di riprendere la strada degasperiana. L’epoca degasperiana è passata ma non i suoi valori. Non tornerà un De Gasperi, ma sono certo che altri uomini liberi che si ispirano al suo esempio sapranno riprendere in mano questo Paese.

 

 

 

Prof Giulio Tremonti

 


1. Il titolo scelto per questo “confronto” è: “Tra Stato e Mercato, le Comunità. Ispirazioni degasperiane”. Proprio queste parole – le parole Stato, Mercato, Comunità – offrono una traccia semantica perfetta per ricostruire lo sviluppo tanto della nostra Costituzione, quanto del pensiero e dell’azione di Alcide De Gasperi.

Sviluppo, come è stato via via nel tempo:

- a partire dal tempo della Costituzione, promulgata il 27 dicembre 1947;

- per arrivare al tempo presente.

Comincerò dunque dalle parole e del resto, come è stato detto: “in principio era il verbo!”


2. Nella Costituzione del 1947 si trova 51 volte la parola “Stato”, 70 volte la parola “Repubblica” – 70 è più di 51 ed è sintomatico – è del tutto assente la parola “Mercato”!

Nel linguaggio della Costituzione la parola “Repubblica” indica l’insieme delle forme che, a vario titolo, ne compongono la comunità politica, più o meno come a Roma era la “Res publica”.

La parola Stato ne indica l’organizzazione, più o meno come a Roma era la “Civitas”: la città-stato, la comunità organizzata, l’insieme delle cariche istituzionali. Per contro è soltanto nel 2001 che, nel testo della Costituzione, è stata introdotta la categoria del “Mercato”, sotto specie di “mercato finanziario” e di “concorrenza”, come è testualmente nell’art. 117, secondo comma, lett. e). Ma c’è anche una variante, rispetto a questo schema: nel testo della Costituzione per 3 volte compare anche la parola Nazione, parola usata per indicare tanto l’identità, quanto la continuità storica dell’Italia!

Ma di questo parlerò infine, quando parlerò del necessario ritorno in politica del romanticismo”.

3. Per essere chiari: non è che nel testo originario della Costituzione fosse assente la dimensione dell’economia. All’opposto, questa era presente ed in molti e fondamentali articoli, articoli concentrati nel “Titolo III”, appunto rubricato: “Rapporti economici”. Ma, ed è qui essenziale notarlo:
a) nello spirito e nella lettera della Costituzione del 1947, l’economia, in tutte le sue forme, e queste espressione di diverse culture – cattolica, comunista, liberale – l’economia era sistematicamente subordinata tanto alla Repubblica, quanto allo Stato, e dunque subordinata a ciò che integrava e garantiva il più alto e superiore sistema dei valori politici;

b) è certo vero che, a partire dal 1957, la figura del mercato è entrata nel nostro ordinamento, per la via “europea” dei Trattati di Unione.
Ma senza che questo processo, allora relativo soprattutto al “MEC”, avesse forza sufficiente per alterare la gerarchia dei nostri principi politici fondamentali.

4. È stato solo dopo, con il divenire della globalizzazione, che il mercato è divenuto categoria politica dominante, dominante nel mondo, in Europa, infine anche in Italia. Finita l’Unione Sovietica si pensava infatti di poter andare oltre la storia, in un mondo unificato dalla magica ed armoniosa metrica del mercato, del mercato pensato e presentato come la matrice unica della democrazia e della pace.

Questa era una utopia, ma del resto in greco utopia letteralmente vuol dire “non luogo” e proprio questa è l’essenza della globalizzazione! Alla base c’era l’idea di una ineluttabile transizione, dalla secolare triade “Liberté, Égalité, Fraternité”, alla nuova triade “Globalité, Marché, Monnaie”. È così che nel campo politico e culturale è emerso prima, e poi si è affermato, il “mercatismo”: l’ultima ideologia del ‘900. Vista altrimenti, era l’idea simil religiosa del mercato “sicut deus”.

Il mercatismo, la forma ultima del materialismo storico: mercato unico-mondo unico-uomo a taglia unica. Una prova di questo? La si trova, per esempio, nell’espressione “mercato del lavoro”. Espressione questa piuttosto orrenda, a oggi diffusissima, tanto nel dibattito politico, quanto nel linguaggio delle università commerciali.

Non credo che la idea del “lavoro” come oggetto di “mercato” fosse presente a Camaldoli! Certo la globalizzazione non poteva essere fermata, ma forse poteva essere sviluppata in tempi più lunghi e più saggi. E questo – se oggi posso ricordarlo – questo l’ho detto e scritto piuttosto per tempo!

5. È stato in questo contesto che nel 2001 i nostri successivi padri costituenti hanno inserito nel “Titolo V” della nostra Costituzione, oltre alla “novità” del federalismo, anche la “novità” del mercato. Un curiosum è che l’inserimento in Costituzione del mercato è stato operato dentro un “Titolo” che era ed è ancora rimasto rubricato: “Le Regioni, le Province, i Comuni”.

6. E, tuttavia, le meraviglie generate dalla supermodernità globale e garantite dai suoi sciamani, la versione contemporanea dei miti millenari de “L’età dell’oro” e del “Giardino dell’Eden”, tutto questo è durato ben poco: poco più di tre lustri. Dopo sono infatti venute, ed in sequenza, prima la grande crisi finanziaria del 2008 e poi, oggi, la pandemia.

7. È stato scritto che la pandemia è stata (è) “una tragedia umana di proporzioni bibliche”. Una tragedia umana, certo, ma la Bibbia è magazzino di miti e di immagini ben più coerenti: se non quelle del “Diluvio” o della “Cacciata dal Paradiso”, piuttosto la “Torre di Babele”. Qui l’umanità sfida la divinità, erigendo verso il cielo la sua torre, la divinità la ferma, privandola della lingua unica. Se al posto di lingua unica si mette “pensiero unico”, si comprendono bene gli effetti della pandemia, un fenomeno che ha hackerato il software della globalizzazione, che ne ha spezzato il meccano mentale, prima tutto positivo e progressivo.

8. Oggi, terminato il “global order”, venuto all’opposto un “global disorder”, è venuto il empo per una riflessione generale. Abbiamo i vaccini contro i mali del corpo, ma ancora non abbiamo i vaccini contro i più sottili, ma non meno gravi, mali della politica.

9. Qui siamo in montagna e dunque siamo nel posto giusto per leggere “La montagna incantata”. Dove è scritto: “Il denaro è imperatore... l’anima dello Stato è il denaro... ma solofino a che non è raggiunta la completa demonizzazione della vita”. All’origine c’è stato un gesto artistico.
Come Picasso con la sua svolta cubista ha sintetizzato e superato le forme della natura, così nelle nostre banche centrali hanno agito i Picassi dell’economia, mettendo il surreale al posto del reale, mettendo il debito al posto del capitale, mettendo i liquidi al posto dei solidi, mettendo i tassi a zero o sotto zero.

È così che nel mondo la massa finanziaria è cresciuta e cresce senza limiti e senza regole. Regole che, se ci fossero, – ma non ci sono – potrebbero, solo queste, agire come un vaccino. Regole che l’Italia ha prospettato nel 2009, proponendo al G7 e poi all’OCSE – che le votò – un “Global Legal Standard”. Se posso ricordare, l’art. 4 della sigla GLS prevedeva “regole ambientali ed igieniche”... si converrà con qualche preveggenza, ma senza successo. Ebbe allora a prevalere ed ancora prevale l’idea della onnipotenza del denaro ed è così che oggi, come mai è stato nella storia, le zecche digitali globali creano (si fa per dire) denaro e ci inducono a spendere denaro che non abbiamo!

Ed è così che, più o meno entro la fine del prossimo biennio, quando si avrà la congiunzione di tutti i fattori folli ed avversi che nel mondo si stanno accumulando, è così che allora, come nella “Montagna incantata” – scritta nel 1924, presagio del 1929 – si andrà verso la “crisi”. Una “crisi” civile e non solo finanziaria. Scriveva De Gasperi, nel febbraio del 1920, allora nel primo dopoguerra: “Lasciate che gli economisti discutano tutte le tesi per rifare in Europa la ricchezza perduta, lasciate che si caldeggino progetti per cambiare gli ordinamenti politici ed i rapporti sociali...tutti facendo astrazione dalle supreme ragioni dello spirito.”

10. Sempre restando in montagna: si è appena chiuso a Trento il “Festival
dell’economia”. Un festival intitolato: “Il ritorno dello Stato”. Questo per dire del passaggio da un estremo all’estremo opposto, dalla crisi del mercato all’idea del ruolo salvifico dello Stato. Per la verità, ma solo nel sottotitolo, c’era anche la parola comunità. Oggi qui invece, e giustamente, la parola comunità l’abbiamo nel titolo! Comunità sono le famiglie, è il volontariato. Il 5x1000 l’ho proposto prima nel 2004, con un articolo sul “Corriere della Sera” e poi nel 2005 con un articolo nella Legge finanziaria. E poi le Fondazioni, e così via, tutti i soggetti intermedi che contengono e conservano la tradizione.

La tradizione:

- oggi, che sembrano dominanti il pensiero debole, il relativismo, il sincretismo, il cinismo politico di chi preferisce dare meno a chi ha davvero bisogno, per dare un “reddito” a chi non lavora, solo perché “cittadino”;
- oggi, che pare vincente la malattia mentale collettiva della “cancel culture”;

- oggi, che al G7 si pone come fondamento della democrazia post moderna lo stile fluido e liquido della vita sessuale, questo il costume che un tempo è stato proprio di Eliogabalo (tutti Eliogabali, con l’Ipad);

- oggi, che i robot, gli algoritmi e le macchine rubapensiero annunciano e
decretano l’obsolescenza della democrazia e svuotano gli Stati a favore di nuovi soggetti digitali egemoni;

- oggi, che le comunità prevalenti sono quelle digitali e virtuali;

- oggi, in alternativa a tutto questo viene in mente questo “romantico” passo di Hölderlin: “Il popolo è ebbro. Non ascoltano leggi, necessità e giudici; i costumi sono sommersi da un frastuono astruso, ogni giorno è una festa sfrenata, una festa per tutte le feste, e i giorni consacrati all’umile culto divino si sono ridotti a uno solo”. Ed è proprio questo passo “romantico” che evoca l’idea della nazione. Una idea che – ripeto – per 3 volte è scritta nella nostra Costituzione e qui proprio per indicare la vitale ed essenziale continuità storica dell’Italia.

11. Oggi gli sciamani della finanza, neppure quelli post globali riciclati, oggi tutti questi non sono più in grado di garantire “la pioggia ed il raccolto”.
È per questo che su tutti oggi svetta la figura di De Gasperi.
Un politico che ha visto e vissuto ben più che una crisi: due guerre, con i relativi tragici dopoguerra.

12. Nella “Repubblica”, Platone scrive che la politica è: “è tecnè politichè”.
Nella “Repubblica” la politica è in specie indicata come la forma superiore della tecnica, perché il politico deve conoscere, insieme, la struttura della nave, l’equipaggio, i fondali, le correnti, i venti e le stelle. Più di tutti, e certo più di quelli che oggi sono in circolazione, più di tutti De Gasperi conosceva la nave e l’equipaggio, i fondali e le correnti, i venti e le stelle.
È per questo che De Gasperi è stato ed è, e di gran lunga, il più grande politico dell’Italia repubblicana. Ed il più grande, su tutti i quadranti della politica.

De Gasperi è stato grande nelle cose “piccole”. Dopo avere visto i “Sassi” di Matera, De Gasperi decide l’intervento straordinario dello Stato nel mezzogiorno. I “tecnici”, suggestionati dal “New Deal” di Roosvelt, propongono di tradurre dall’inglese, e di usare, la parola “Agenzia”. De Gasperi dice: chiamiamola “Cassa”, così la gente capisce cosa vuol dire! De Gasperi è poi stato grande nel più vasto campo dell’economia, qui facendo una politica molto simile a quella del “giusto mezzo” praticata da Cavour.
Oggi si direbbe: “il mercato dove possibile, lo Stato dove necessario”.
In questo senso, un esempio contemporaneo potrebbe essere quello della “Cassa Depositi e Prestiti” trasformata in S.p.A., con una quota di capitale offerta in sottoscrizione alle Fondazioni di origine bancaria. Una trasformazione condannata come “colbertiana” dai mercatisti.

De Gasperi è stato decisivo soprattutto per la “ricostruzione”. Nel discorso sulla fiducia, un discorso che il 17 febbraio di quest’anno il Governo ha detto davanti ad un Parlamento detronizzato, in questo discorso il Governo ha chiesto “unità”, aggiungendo: “unità come quando alla ricostruzione collaborarono forze politiche lontane se non contrapposte”. Non è andata proprio così! Nell’estate del 1946 “Don Battista” Montini si recò in America, non “in ferie”, ma per preparare – ma anche altri ci stavano lavorando – per preparare il viaggio in America di De Gasperi. Un viaggio che sarebbe stato annunciato nell’ultimo Consiglio dei Ministri del 1946 e
che avrebbe avuto inizio subito dopo, il 3 gennaio del 1947.

Forse non si riserva sufficiente considerazione al fatto che, al suo ritorno, De Gasperi tenne alla Camera dei Deputati un discorso in cui pronunciava, se pure in forma quasi incidentale, la parola “America”, e tuttavia proprio questa era la prova dell’ormai decisa rottura politica con il Partito comunista. Un discorso in cui De Gasperi parla anche di Togliatti, certo...ma una sola volta...e solo nella replica!

Fermo che la rottura era ormai bilaterale, rottura infatti anche dal lato di Togliatti, sempre più pressato dal “Cominform”. Tutta questa è una storia molto diversa da quella della “unitarietà” che oggi è pretesa per la ricostruzione.
Il “Piano Marshall”, il vero principio della ricostruzione, fu annunciato dall’America al mondo il 5 luglio 1947. Le elezioni politiche furono subito dopo, nell’aprile del 1948. E tutto questo è stato non perché De Gasperi non fosse abbastanza responsabile e democratico e perciò “unitario”, ma per la ragione opposta: perché era responsabile e democratico. Ed in specie responsabile e democratico nel senso proprio di questi termini, nel senso della sistematica, essenziale, esclusiva centralità del voto del popolo per il Parlamento. E non altro artificio!

E grande è stato infine De Gasperi nella costruzione dell’Europa. E qui il suo pensiero andava parallelo a quello di Adenauer: “La foresta che sorge non deve impedire la visione dell’albero!”

13. Oggi non ci si può fermare a pensare che il tempo della nostra vita abbia una dimensione unica, una dimensione che si appiattisce ed esaurisce nella rotativa ed improvvisata casualità del tempo presente. E certo così non può essere in politica. Ed è per questo che in De Gasperi è sempre e sistematicamente ben chiara una concezione strutturata ed organica della politica. Organica, perché la politica scorre nel presente, deve andare verso il futuro, ma può farlo solo se conserva la memoria del passato.
Ed in specie se conserva la memoria della parte più importante del passato: la tradizione. E, questo della tradizione, mi pare il senso più autentico e valido del riferimento che oggi qui si fa all’idea di comunità. Non alle cosiddette comunità virtuali e/o “comunità wiki”, come si dice oggi, ma alle comunità vere che ancora esistono in Italia.

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