La Dottrina Sociale della Chiesa

 

Le encicliche di Benedetto XVI (“Deus caritas est” e” Caritas in veritate”) hanno riproposto all’attenzione generale i temi della dottrina sociale della Chiesa e attorno ad essa si è sviluppato un prolungato dibattito culturale, sociale ed economico.

Eppure, nonostante tutto questo, all’interno della stessa Chiesa, nelle parrocchie, in molte diocesi prevale un diffuso disinteresse per questi argomenti.

Nelle parrocchie appare marginale la pastorale sociale e a maggior ragione l’approfondimento della dottrina sociale. Si tende a privilegiare la promozione di interventi concreti per far fronte alle continue emergenze sociali, rispetto all’animazione culturale e formativa.

Come del resto è di recente avvenuto anche nelle nostre comunità attorno alla penosa vicenda dell’accoglienza agli emigrati; vicenda che ha visto le parrocchie operare concretamente, a fronte del totale disinteresse delle istituzioni pubbliche preposte.  

Ciò ovviamente non toglie l’esigenza di cogliere e di approfondire i nessi e le logiche che stanno alla radice di queste azioni.

1. COSA NON È LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Volendo descrivere quali sono i contenuti della dottrina sociale della Chiesa, occorre in primo luogo cercare di intendere che cosa essa è, quale sia cioè la sua natura, la sua essenza. Per questo è utile seguire il procedimento di ricordare che cosa la dottrina sociale della Chiesa non è e poi quello di dire, invece, che cosa essa è, assumendo in entrambi i casi come fonte la Chiesa stessa ciò che essa dice di se stessa.

Per prima cosa la dottrina sociale della Chiesa non è né una delle ideologie moderne né tantomeno un insieme di tecniche o di regole (una "ricetta") applicando le quali la società "funziona" bene, indipendentemente dall'atteggiamento, volto al bene o meno del singolo individuo. Essa non è neppure, come vorrebbero alcuni, una dottrina che investe il solo ambito socio-economico, bensì riguarda tutta la sfera delle relazioni pubbliche umane, tutta la vita della società, nessun ambito escluso. Sotto un altro aspetto, non è, ancora, come qualcuno in tempi post-conciliari ha lasciato intendere, un insegnamento asistematico, occasionale e non universale del Magistero ecclesiale, bensì è un corpus di insegnamenti ben compaginato, creato nei secoli attorno ad alcuni filoni ideali fondamentali, esplicitato più o meno, a seconda dei tempi. Anche riguardo alla forma della sua proposizione si può osservare questo carattere di visione ampia e di ricerca profonde: encicliche quali la Rerum novarum di Leone XIII o la Mater et magistra di Giovanni XXIII, ad esempio, sono splendide costruzioni tecniche, sintesi grandiose di intere scuole di pensiero sociale e in esse si coglie un disegno speculativo armonico e unitario mai disgiunto peraltro dall'ansia pastorale dei pontefici.

Infine, - per limitarci ad alcuni aspetti più macroscopici (tralasciamo l'argomento secondo il quale non esiste una dottrina sociale della Chiesa) - la dottrina sociale della Chiesa non è un ritrovato della Chiesa dell'Ottocento in crisi di fronte all'affermarsi della civiltà moderna e al progresso delle idee "laiche", liberali o anche socialiste, e timorosa di perdere il controllo delle masse del tempo: la dottrina sociale della Chiesa, viceversa, esiste da sempre e soltanto il venire meno della società d'impronta cristiana nel Settecento e nell'Ottocento richiede che la Chiesa passi ad una sua enunciazione positiva. Finché la dottrina sociale restava impressa, incarnata nelle istituzioni e nei costumi sociali tale esplicitazione era meno urgente o, addirittura, inutile. Questi tre ultimi aspetti sono stati, con proprietà, definiti "il triplice riduzionismo" del quale la dottrina sociale della Chiesa ha patito in tempi recenti, anche all'interno della Chiesa stessa.

2. CHE COS'E' LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

La dottrina sociale è della Chiesa perché la Chiesa è il soggetto che la elabora, la diffonde e la insegna. Essa non è prerogativa di una componente del corpo ecclesiale, ma della comunità intera: è espressione del modo in cui la Chiesa comprende la società e si pone nei confronti delle sue strutture e dei suoi mutamenti. Tutta la comunità ecclesiale — sacerdoti, religiosi e laici — concorre a costituire la dottrina sociale, secondo la diversità di compiti, carismi e ministeri al suo interno (Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, n. 79).

- È un insieme dei principi di riflessione, dei criteri di giudizio e delle direttrici di azione, il cui scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano.

- È un insieme di orientamenti per l’evangelizzazione della società e di tutte le realtà temporali

Una dottrina rimanda normalmente ad un'azione: la presenza, quindi l'azione sociale dei cattolici e, con loro degli uomini di buona volontà deve averne una e questa, in quanto azione cioè insieme di atti dell'uomo, ricade sotto la voce "morale" e ne è null'altro che la specificazione e l'applicazione alla società: la dottrina sociale della Chiesa è dunque la morale sociale cattolica e, nella misura in cui la morale cattolica incorpora, perfezionandolo, il dettato della morale naturale, è morale sociale tout court, valida quindi non solo per il credente ma per tutti gli uomini di buona volontà. Così la identifica la teologia cattolica e così pure il magistero supremo la intende: secondo Giovanni Paolo II, infatti, la dottrina sociale della Chiesa è "teologia morale" a pieno titolo.

È importante sottolineare che, come la morale non è un mero apparato di regole di imposizione estrinseca ma è funzionale al piano di amore di Dio nei confronti dell'uomo e del creato, così la morale sociale è il modo attraverso il quale il progetto di Dio nei confronti delle società storiche si attua e queste stesse possono testimoniare - attraverso il rispetto dei precetti sociali- il loro "amore" a Dio o, quanto meno, il riconoscimento del legame di dipendenza creaturale da Lui.

Vi è chi ha - estendendo le premesse del concetto in via analogica- parlato di "ascesi sociale" e, persino, di "mistica sociale" come sviluppi potenziali della "morale sociale".

Per usare un'immagine, potremmo dire che, come la morale individuale si impernia sui dieci comandamenti, sui doveri verso la Chiesa e sui doveri di Stato, la dottrina sociale della Chiesa costituisce l'applicazione, la proiezione nei rapporti sociali degli stessi insiemi di norme. Dalla definizione sopra ricordata di dottrina sociale della Chiesa come parte della teologia morale, si possono evincere alcuni caratteri della sua fisionomia: quello di sistematicità, di "scientificità", di incastonamento all'interno di un insieme ordinato di discipline sacre, quello, infine, di essere sviluppata secondo un metodo originale; quello delle scienze filosofiche e teologiche morali.

3. IL VALORE DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Quale, allora, alla luce di queste considerazioni, il valore della dottrina sociale della Chiesa?

Innanzitutto, per il battezzato gli enunciati della dottrina sociale della Chiesa- ovviamente purché oggettivamente facenti parte del corpus, quindi risultanti da magistero ecclesiale autentico e di peso sufficiente- hanno carattere vincolante. Egli non può, in altre parole, considerare gli insegnamenti sociali della Chiesa come facoltativi, bensì ad essi deve uniformare il proprio comportamento pubblico, sia come singolo soggetto agente nel sociale e sia, eventualmente, come detentore di funzioni o cariche sociali.

A conferma di questo vi è da ricordare l'insegnamento di Giovanni XXIII nell'enciclica del 1962 Mater et magistra, secondo cui la dottrina sociale della Chiesa "è parte integrante della concezione cristiana della vita" : come tale essa, dunque, non può essere avulsa dal tutto costituito dal "programma" del cristianesimo cattolico.

Come questo, infatti, trova compimento e sintesi nella dottrina culmina della regalità di Cristo nei cuori, così la dottrina sociale della Chiesa culmina, si attua e si compie nella regalità sociale del Redentore: così insegna l'enciclica di Pio XI Quas primas del 1925 con la quale, inoltre, il pontefice istituisce la tutt'ora vigente festa di Cristo Re al culmine dell'anno liturgico.

4. LE FONTI

La dottrina sociale della Chiesa riposa su tre cardini: il Vangelo, la sana filosofia e l'esperienza: nasce "ex fide, ex ratione, ex experientia".

Il Vangelo, la fede ne è la fonte principale: è esso il fermento che ha prodotto la stupenda "cattedrale sociale" costituita dalla civiltà del Medio Evo cristiano europeo, attraverso un processo di formazione plurisecolare attuatosi fondamentalmente nella conversione dei singoli, dei popoli, dei potenti e fecondato dal sangue di migliaia di martiri, dalle preghiere e dalle penitenze di innumerevoli anime, dall'eroismo di tanti santi confessori. Nella civiltà europea dei secoli IX-XIII il Vangelo rifulge -- al di là degli offuscamenti indotti dal peccato di origine --e si trova come impresso nelle forme, ma soprattutto nelle strutture, nelle istituzioni, nei costumi profondi delle società e dei popoli.

La sana filosofia, la "philosophia perennis", pensiero che è frutto dell'articolazione del semplice buonsenso comune, fondata sul realismo cristiano, sul principio di non contraddizione, sul primato dell'essere ne costituisce , il substrato razionale fa sì che il Vangelo non venga interpretato letteralmente -- in maniera fondamentalistica, diremmo oggi -- e possa produrre quindi al limite quei concentrati di follia offerti da più di una setta cristiana, ma venga mediato attraverso i principi di ragione -- una ragione che non pretende, da un lato, di conoscere tutto, ma che dall'altro non si auto censura o si rinchiude entro il puro regno fenomenico dall'altro -- sì che questi, attraverso la grazia vengano confortati ed elevati e la grazia stessa trovi incarnazione felice, feconda e duratura. Nel contesto dei fondamenti filosofici della dottrina sociale della Chiesa va menzionata in particolare la dottrina del diritto naturale cristiano, che, nato dalla alta speculazione patristica e tomistica viene ripreso dai grandi teologi spagnoli del Seicento e da allora viene assunto a fondamento di tutto il magistero pontificio, almeno fino Giovanni XXIII. L'essenza di questo pensiero è lo sforzo di individuare nel piano creatore di Dio la modalità con la quale esso (o la legge eterna che vi presiede) si estrinseca nella creatura razionale e nel mondo a cui Dio dà vita: da questo, dalla individuazione della natura umana in tale contesto, da questa antropologia, deriva quindi una corretta e "fisiologica" filosofia sociale, nonché una filosofia del diritto tendenzialmente oggettiva e nemica di ogni totalitarismo.

L'esperienza storica: la Chiesa, "madre e maestra" del genere umano, insegna da due millenni e da due millenni impara, trae profitto dalle lezioni dell'esperienza (Paolo VI dirà che la Chiesa è "esperta in umanità"), dai soggetti cui si rivolge. Oltre a ciò, i principi della dottrina sociale della Chiesa hanno già costituito l'anima della società europea -- e non solo europea -- nei secoli passati e, talora, barlumi di essi tutt'ora permangono vivi nelle società contemporanee.

È quindi questo tesoro che la Chiesa offre disinteressatamente all'umanità nel puro e semplice sforzo di conformarsi al divino fondatore e per attuare la propria missione di cooperare a generare nuovi redenti in Cristo.

La società è a tale fine, un fattore importante, anche se non determinante. Pio XII ricorda, infatti, con estrema felicità di espressione, che "dalla forma data alla società dipende [. . . ] anche il bene o il male delle anime".

5. I QUATTRO PRINCIPI BASILARI DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Il comandamento dell’amore è il fondamento generale della dottrina sociale della Chiesa. Ci sono, però, anche delle fondamenta specifiche, che possiamo ridurre a quattro principi basilare di tutta la dottrina sociale della Chiesa, quattro colonne su cui tutto l’edificio si appoggia. Sono (1) la dignità della persona umana, (2) il bene comune, (3) la sussidiarietà, e (4) la solidarietà.

1. La dignità della persona umana

Il primo principio classico è il principio de la dignità della persona umana, da cui scaturiscono i diritti umani. Pensare correttamente sulla società, sulla politica, sulla economia e sulla cultura significa in primo luogo capire bene chi è la persona e qual è il suo vero bene. Ogni persona, creata all’immagine di Dio, possiede una dignità inalienabile per cui dev’essere trattata sempre come fine e non solo come un mezzo.

Quando Gesù, adoperando l’immagine del Buon Pastore, parla della pecora smarrita, ci insegna cosa pensa Dio del valore della persona umana. Dio non pensa agli uomini in massa, né in percentuali, ma come singoli. Ognuno gli è prezioso, insostituibile.

"Occorre tener presente fin d'ora che ciò che fa da trama e, in certo modo, da guida ... a tutta la dottrina sociale della Chiesa, è la corretta concezione della persona umana e del suo valore unico, in quanto " l'uomo ... in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa ". In lui ha scolpito la sua immagine e somiglianza (cf Gn 1,26), conferendogli una dignità incomparabile..." (CA 11).

Perciò la Chiesa non pensa in primo luogo allo stato, al partito, alla tribù, o al gruppo etnico, ma piuttosto comincia dal singolo. La Chiesa, come Cristo, difende la dignità di ognuno. Capisce il valore dello stato e della società in termini di servizio alle persone e alle famiglie, e non al rovescio. Lo stato in particolare ha il dovere di tutelare i diritti delle persone, diritti che non provengono dallo stato, ma dal Creatore.

2. Il bene comune.

Il secondo principio classico della dottrina sociale della Chiesa è appunto il principio del bene comune. Viene definito dal Concilio Vaticano II come "l= insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente" (GS 26 § 1; cf. GS 74 § 1; CCC 1906).

L’uomo, creato all’immagine di Dio che è comunione trinitaria, raggiunge la propria perfezione non in isolamento dagli altri, ma in comunità. L’egoismo che ci spinge a cercare il proprio bene a scapito del bene del prossimo, viene superato attraverso la ricerca del bene comune.

- Il Bene comune è un bene della società come tale, un bene nostro e non soltanto mio, né soltanto tuo, e molto meno di una collettività astratta al di fuori di noi. Il bene comune ci permette di esprimerci come un soggetto comune e di possedere un bene comune al nostro .

- L’uomo è essenzialmente (e non solo circostanziatamente) sociale, relazionale, interpersonale. Il bene nostro è necessario anche per la mia realizzazione, cioè, per il mio bene particolare. L’uomo si perfeziona nella società e attraverso la società. Perciò, il bene comune si distingue, ma non si oppone al bene particolare di ciascuno. Tante volte il mio bene e il tuo bene si incontrano nel nostro bene.

- Il bene comune si oppone invece all’utilitarismo, cioè la massima felicità (piacere) per il massimo numero delle persone, che porta necessariamente alla subordinazione della minoranza alla maggioranza. Appunto l’eccellenza e inviolabilità della singola persona esclude la possibilità si subordinare il bene di uno al bene di altri, convertendo così il primo in un mezzo per la felicità degli altri.

3. Sussidiarietà.

Il terzo principio classico della dottrina sociale è il principio della sussidiarietà. È stato articolato per primo dal Papa Pio XI nella sua lettera enciclica Quadragesimo Anno. Questo principio insegna che le decisioni nella società si devono lasciare al livello più basso possibile, cioè al livello più vicino alle persone su cui la decisione incide. Questo principio è stato formulato proprio sotto l’ombra delle minacce dei totalitarismi con la loro dottrina centralista della subordinazione del singolo allo stato. Ci invita a cercare le soluzioni per i problemi sociali per primo nel settore privato prima di chiedere allo stato di intervenire.

Lo stesso Papa Leone XIII "insiste più volte sui necessari limiti dell'intervento dello Stato e sul suo carattere strumentale, giacché l'individuo, la famiglia e la società gli sono anteriori ed esso esiste per tutelare i diritti dell'uno e delle altre, e non già per soffocarli’" (CA 11).

4. Solidarietà.

Il quarto principio fondazionale della dottrina sociale della Chiesa viene articolato soltanto recentemente, dal Papa Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Sollicitudo rei socialis (1987). Questo principio si chiama il principio della solidarietà. Di fronte alla globalizzazione, cioè alla crescente interdipendenza degli uomini e dei popoli, è importante accorgerci che la famiglia umana è una. La solidarietà ci invita a crescere nella nostra sensibilità verso gli altri, soprattutto coloro che soffrono.

Ma il Santo Padre aggiunge che la solidarietà non è un mero sentimento, ma una vera "virtù" per cui prendiamo responsabilità gli uni per gli altri. Il Santo Padre ha scritto che la solidarietà "non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti" (SRS, 38)

6. L'OGGETTO DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Il contenuto della Dottrina Sociale della Chiesa è costituito da:

(1) principi e valori fondamentali: prende i suoi principi dalla teologia e dalla filosofia, con l’aiuto delle scienze umane e sociali che lo completano. Principi: la dignità della persona, il bene comune, la solidarietà, la partecipazione, la proprietà privata, la destinazione universale dei beni... Valori fondamentali: la verità, la libertà, la giustizia, la carità, la pace...

(2) criteri di giudizio: su sistemi economici, istituzioni, strutture; adoperando pure dati empirici. Esempi: giudizio della Chiesa sul comunismo, il liberalismo, la teologia della liberazione, il razzismo, il fenomeno della globalizzazione, il salario giusto, ecc.

(3) orientamenti per l’azione: giudizi contingente su situazioni storiche. Non è una deduzione logica e necessaria dei principi, ma frutto anche dell’esperienza pastorale della Chiesa e da un discernimento cristiano della realtà. L’opzione preferenziale per i poveri, il dialogo, il rispetto per la legittima autonomia delle realtà politica, economica e sociale. Esempio dei suggerimenti del condono del debito internazionale, la riforma agraria, la formazione di cooperativi, ecc. (Vedere Gaudium et spes, 67-70).

Da te tutte queste premesse, vediamo ora quali sono gli oggetti cui la dottrina sociale della Chiesa si applica e a quali ambiti la Chiesa rivolge il proprio insegnamento sociale. In quanto morale sociale la dottrina sociale della Chiesa si rivolge a tutte le articolazioni della vita umana in società.

6. 1 La Famiglia

La prima realtà sociale con la quale l'uomo entra in contatto venendo al mondo è la famiglia. Poiché la società esiste in funzione del bene dell'uomo -e non viceversa- tutte le sue articolazioni, anche quella politica, svolgono un ruolo analogo - e non identico- a quello della famiglia e devono avere questa, quella più direttamente a ridosso dell'uomo, come modello e tutelare. In questo senso la famiglia è detta la cellula fondamentale della società. Chi opera per disgregare la famiglia attacca indirettamente l'individuo e il suo armonioso sviluppo personale; chi disgrega il modello familiare, ad esempio, nell'autorità economica disgrega, oltre all'economia anche la famiglia e l'individuo stesso, in ultima analisi.

La dottrina sociale della Chiesa insegna che la famiglia deve scaturire da un legame tra due esseri umani di tipo permanente, secondo natura e riconosciuto dalla comunità al fine di essere da essa tutelato, richiede cioè a monte un istituto, una relazione tipica, che tradizionalmente consiste nel matrimonio monogamico e indissolubile. Solo così l'individuo che viene al mondo può crescere all'interno di un quadro di rapporti certo e stabile, la cui importanza rispetto in termini di psicologia individuale diventa sempre più chiara e determinante.

Oltre a ciò, la famiglia deve essere tutelata da ulteriori istituti di diritto (la proprietà, l'ereditarietà, il diritto familiare) nonché dalle migliori condizioni per l'esercizio della paternità e della maternità, attraverso provvedimenti (fiscali o economicamente integrativi) pubblici che, quantomeno, non sfavoriscano tale vocazione e non ne demotivino la scelta. Infine, la famiglia va vista anche in relazione alla Chiesa come luogo privilegiato di formazione cristiana e vivaio di vocazioni sacerdotali e religiose.

6. 2 L'educazione

Legato alla famiglia è poi il tema della educazione e istituzione dei giovani. In questo ambito la dottrina sociale della Chiesa proclama alto il diritto inalienabile e primario della famiglia, cui deve essere riconosciuto un ruolo determinante anche nella libera definizione dei contenuti dell'insegnamento nell'esercizio delle attività scolastiche.

6. 3 Il Lavoro

Dopo il matrimonio, che ne precede l'esistenza, la famiglia che la accoglie e la protegge ed educa, la scuola che gli fornisce il necessario sapere, l'individuo entra normalmente in contatto con il lavoro o la professione e con le realtà sociali che in questa sfera ricadono. Per un lungo periodo la dottrina sociale della Chiesa ha riproposto come modello di realtà sociale ideale nel quale il lavoro si situa la corporazione (professionale od artigiana) non solo in tesi ma con specifico richiamo a come il Medioevo Cristiano l'ha storicamente conosciuta. Oggi, al di là delle forme storiche, è rimasto il principio secondo cui il lavoro umano, lungi dall'essere puramente maledizione, esprime viceversa l'uomo in tutte le sue dimensioni, compresa quella religiosa, e come tale va tutelato e protetto culturalmente e legislativamente contro la sua mitologizzazione e, dall'altro, tanto contro la sua reale trasformazione in schiavitù nel socialismo, quanto contro la sua riduzione a unica dimensione della vita umana nel capitalismo amorale moderno. Ciò può avvenire in un contesto di armonico rapporto tra prestatori d'opera e datori di lavoro, sostanziato da un quadro istituzionale anche di natura sindacale, qualora questo non diventi uno strumento di contrapposizione tra classi sociali. In questo ambito, sono oggetto della dottrina sociale della Chiesa anche le questioni tradizionali di morale economica, quali il giusto prezzo, il giusto salario del lavoro, il prestito a interesse.

6. 4 La Proprietà Privata

In particolare, il frutto del lavoro va goduto e tutelato all'interno di istituti che riconoscano e secondo la dottrina sociale della Chiesa, promuovano il diritto alla proprietà privata. Quest'ultima è, in un certo senso, la chiave di volta dell'architettura sociale cristiana ispirata al diritto naturale. Se pur è vero che il Creatore ha destinato in origine i beni della terra (ma non sono solo essi in questione: non si può infatti non considerare le trasformazioni su di esse operate dalle diverse generazioni umane, il loro arricchimento, la loro capitalizzazione) a tutti gli uomini nel cosiddetto "comunismo primitivo" è altrettanto vero che la loro fruizione migliore nella condizione "post peccatum" è l'appropriazione personale e familiare. È tramite la proprietà privata che il lavoratore può garantire la sopravvivenza propria e della sua famiglia, nonché preparare condizioni di vita migliori ai propri discendenti. È' attraverso di essa che la libertà civile, riconosciuta dai regimi moderni, si sostanzia nel senso di divenire un reale presidio contro la crescente ingerenza statale. È mediante essa che il diritto alla libertà di impresa economica trova il suo coronamento. È come conseguenza di essa che l'uomo si allena ad esercitare alcune delle più elementari virtù naturali, la cui carenza nel popolo il crollo del socialismo reale nei paesi dell'Est europeo ha evidenziato in maniera solare È con il suo contributo determinante, in sostanza, che si attua il retto ordine sociale nella libertà. Se essa mancasse, l'unica alternativa concreta -la storia lo ha dimostrato- è il totalitarismo statale.

6. 5 L'autorità' Politica

Proseguendo nell'esame dei vari "gusci" che racchiudono e tutelano la vita e lo sviluppo del singolo si arriva alla comunità politica, nelle sue articolazioni, da quelle locali a quelle nazionali e sovra-nazionali. La dottrina sociale della Chiesa professa il concetto tradizionale di autorità (dal verbo latino "augere", accrescere) come necessitata dal diritto naturale stesso e come presidio della autonoma espressione della vera libertà (cioè libertà nella verità, nel riconoscimento e nell'accoglienza della condizione creaturale dell'uomo, nonché dell'esistenza e dei diritti di Dio) dei singoli e delle comunità. Un servizio erogato appunto all'interno di vincoli precisi anche se spesso non formali, quali il diritto divino e della Chiesa, in alto -"ogni autorità viene da Dio-" e i diritti tradizionali naturali e acquisiti verso il basso. Secondo san Tommaso d'Aquino, infatti, il migliore governo idealmente concepibile è quello nel quale sono contemporaneamente presenti in giusta proporzione tutte e tre le diverse forme possibili di governo: la monarchia (cioè il governo di una sola persona o, meglio di una sola famiglia), l'aristocrazia (governo dei titolari dei grandi corpi politica intermedi) e la democrazia (nel senso di una partecipazione del popolo alle decisioni politiche). All'alta missione dell'autorità politica, cioè il conseguimento del bene comune dei membri della società, corrisponde un'adeguata dotazione di mezzi, cioè il potere (es. di punire, di riscuotere tributi, di fare la guerra), che nel caso dello stato prevede la pienezza di essi, sì che lo stato viene definito tradizionalmente "società perfetta"(come la Chiesa). Entro certi limiti la dottrina sociale della Chiesa considera legittima la resistenza (passiva e, talvolta, anche attiva) contro gli abusi dell'autorità nell'esercizio del potere. L'autorità politica, dunque, trova la sua legittimità originaria in Dio, la sua legittimità occidentale nel rispetto delle regole della sua titolarità (ereditarietà o regole che presiedono alla scelta per via elettiva), la sua legittimità di esercizio (la più importante dato il fine)nel rispetto della religione, della tradizione e della cultura nazionale e infine, in quello del diritto naturale che le ha previste. Dunque, lo stato è per l'uomo e non l'uomo per lo stato: con questo si rivalutano radicalmente contrarie alla dottrina sociale della Chiesa tutte le prospettive di esse (hegeliane, socialiste, comuniste e nazionalsocialiste o di altra natura totalitaria che esse siano)Sotto altro aspetto -che però è importante sottolineare in un'epoca di avanzata dell'Islam e dei fondamentalismi religiosi- l'autorità politica come realtà precipua facente parte dell'ordine temporale e come tale laica, autonoma dalle cose sacre sulle quali l'autorità ultima compete al potere spirituale, cioè al sacerdozio e alla chiesa, anche se storicamente persone consacrate hanno retto, anche per lunghi periodi, stati e domini terreni(come nel caso dei vescovi conti del medioevo occidentale) ciò è avvenuto in via vicaria e sussidiaria; d'altro canto se le cerimonie di investitura regale hanno spesso assunto forme para liturgiche(es. l'unzione dei re di Francia a Reims), mentre ciò testimonia l'altezza della curia e la sua sostanziale cooperazione al fine ultimo dei sudditi cioè alla loro salvezza eterna, missione propria della Chiesa, d'altronde non si possono assimilare a sacramenti veri e propri, bensì a benedizioni (sacramentali). Da ciò deriva l'assoluta estraneità del modello sociale-politico disegnato dalla dottrina sociale della Chiesa da qualunque prospettiva teocratica: lo stesso laicismo moderno non sarebbe neppure pensabile se non fosse stato preceduto da un contesto di distinzione, almeno concettuale, tra autorità temporale e autorità spirituale.

Infine la dottrina sociale della Chiesa, oltre a forme varie di organizzazione internazionale (per la cooperazione, lo sviluppo, l'assistenza, l'educazione)ammette anche l'esistenza di una autorità politica sovranazionale, non di natura totalitaria, ma sussidiaria dei vari "regni" e ultima istanza arbitrale nei conflitti tra essi. Esempio supremo di tale realtà è stato il Sacro Impero Romano-Germanico del pieno medioevo Cristiano, luogo di massima espansione dell'autorità politica e di coincidenza con la vera concretizzazione pur embrionale del regno di Dio anche nell'ordine temporale.

7. URGENZA DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

Concludiamo con una frase, che ci sembra estremamente appropriata, di Pio XII (tratta dal discorso Per la XXXIV Settimana Sociale di Francia del 18 luglio 1947, in Discorsi e Radiomessaggi, vol. ix, pag, 592): " L'ora presente esige dai credenti che con tutte le loro energie facciano rendere alla dottrina sociale della Chiesa il suo maximum di efficienza e di realizzazione. E' farsi un'illusione credere che si possa disarmare l'anticlericalismo e la passione anticattolica restringendo i princìpi del cattolicesimo al dominio della vita privata. Questo atteggiamento "minimista" al contrario, non farebbe altro che fornire agli avversari della Chiesa nuovi pretesti. I cattolici manterranno e miglioreranno le loro posizioni in proporzione al coraggio che metteranno nel tradurre in atto le loro intime convinzioni in tutto il dominio della vita, sia pubblica che privata".

8. LA DOTTRINA SOCIALE, UN CORPUS DOTTRINALE TRA CONTINUITÀ E NOVITÀ.

Rerum Novarum , enciclica di Leone XIII sulla questione operaia, 1891

Quadragesimo anno , enciclica di Pio XI, che riprende alcuni temi della RN, 1931

Mater et magistra , enciclica di Giovanni XIII, sugli sviluppi della questione sociale, 1961

Pacem in terris , enciclica di Giovanni XIII, sulla pace, 1963

Gaudium et spes , Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II, 1965

Populorum progressio , enciclica di Paolo VI, sullo sviluppo dei popoli, 1967

Octogesima adveniens , lettera di Paolo VI, per l’80 anniversario della RN, 1971

Laborem Exercens, enciclica di Giovanni Paolo II, sul lavoro umano, 1981

Sollicitudo rei socialis , enciclica di Giovanni Paolo II, nel 20°

anniversario della PP sui temi dello sviluppo nel mondo contemporaneo, 1987

Centesimus annus enciclica di Giovanni Paolo II, nel centenario della RN, sulla caduta del socialismo, i beni universali, la politica, 1991.

Nel 2004 è stato pubblicato per impulso di Giovanni Paolo II il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (Dsc) che illustra i principi della DSC e espone in modo organico e ordinato il pensiero della Chiesa sui vari ambiti della vita sociale, raccogliendo tutta la ricchezza qua e là contenuta nelle encicliche susseguitesi negli anni. Il Compendio costituisce ormai il punto di riferimento principale, dal momento che raccoglie in modo sistematico, organico e facilmente consultabile tutto il pensiero sociale

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