Dopo poco più di un anno dalle elezioni del 4 Marzo 2018, il governo giallo verde, frutto della ingovernabilità emersa da quel voto, a seguito di un esecutivo dimostratosi di lotta e di governo, senza una reale opposizione parlamentare, ha colto i frutti del suo operato, con il rovesciamento totale delle posizioni tra Lega e Movimento 5 Stelle. L’anomia sociale e la rabbia dei ceti medi e delle classi popolari che avevano sconvolto gli equilibri politici tradizionali nel 2018, permanendo un’alta astensione dal voto, con poco più del 51% degli elettori votanti, solo in piccola parte è tornata a posizionarsi sul PD, mentre ha sostanzialmente cambiato di direzione all’interno della coalizione giallo verde.

Analoghi spostamenti sono intervenuti nel centro destra, dove la Lega, oltre a raccogliere una consistente messe di voti ex grillini, ha risucchiato altri consensi da Forza Italia, da cui ha tratto beneficio anche Fratelli d’Italia della Meloni, che, ora più di prima, grida alla formazione di un nuovo governo di estrema destra Lega-FdI. Salvini e Di Maio continuano a dichiararsi disponibili a continuare il loro ondivago ménage, ma tutto non potrà più essere come prima.

Assistiamo a uno spostamento del consenso elettorale a destra, almeno rispetto ai voti validi espressi, con il PD, unico punto di possibile, seppur assai ardua alternativa in campo, almeno secondo i risultati della legge elettorale proporzionale con lo sbarramento al 4%. Uno sbarramento che ha impedito l’elezione di candidati delle altre liste, come quelle di più Europa, dell’estrema sinistra, dei Verdi e delle due liste di area cattolico-popolare, ridotte, come previsto, a cifre da prefisso telefonico: 0,43 per il Movimento della Vita di Adinolfi; 0,30 ai Popolari per l’Italia di Mario Mauro e Ivo Taroll, con cifre ridicole delle preferenze ai leaders e agli accoliti delle due liste.

La geografia politica del Paese è profondamente cambiata, con tutto il Nord governato dal centro destra a trazione leghista e le grandi città saldamente in mano al PD. La Lega ha definitivamente svoltato dal partito della secessione nordista di Bossi, alla nuova Lega nazional-nazionalista, che sta mietendo consensi anche in alcune roccaforti del “voto rosso” emiliano, umbro e toscano e nello stesso meridione, dove la rabbia dei diseredati sembra cambiare rifugio dal M5S al partito di Salvini.

Sul piano interno Salvini ora può dettare l’agenda, ma i rapporti di forza parlamentari restano nelle mani del M5S. Quanto potrà durare questa anomala situazione tra consenso reale nel Paese e rappresentanza parlamentare totalmente rovesciata a vantaggio dei grillini?

I ceti medi che hanno votato Salvini ora si aspettano il via alle promesse della flat Tax e della TAV, temi assai indigesti al M5S, e, d’altra parte, il governo Conte dovrà dare risposte concrete e urgenti all’annunciata lettera della commissione UE sulla situazione deficitaria di bilancio dell’Italia.

Salvini annuncia baldanzoso che a BXL si batterà per il cambiamento delle regole a partire dal fiscal compact (obbligo di rispetto del 3% nel rapporto Debito/PIL),ma, mal per lui, i sovranisti in Europa non hanno sfondato e sembra debbano prepararsi a una lunga stagione di opposizione/emarginazione dai rapporti di forza reali del parlamento europeo.

Da parte nostra attendiamo tutti i partiti italiani e i parlamentari italiani eletti a Strasburgo in merito all’impegno senza il quale, ogni tentativo di riformare l’Unione europea, sarebbe vano:

  • tornare al controllo pubblico delle banche centrali nazionali e quindi della BCE. Senza sovranità monetaria non si avrà la sovranità popolare
  • adottare in Europa la Legge Glass-Steagall e in Italia il ritorno alla Legge Bancaria del 1936, con la netta separazione tra banche di prestito e banche di speculazione finanziaria. Nessuna modifica dei Trattati e dei regolamenti comunitari, a partire dal fiscal compact, sarà possibile se non si affronteranno i due nodi strategici indicati.

Credo che entro pochi mesi il quadro politico italiano, dopo il risultato del voto di domenica scorsa, sia destinato a un forte mutamento, mentre la riflessione odierna vorrei incentrarle sulla drammatica scomparsa della nostra cultura cattolico popolare che, la permanente diaspora vissuta anche in questa campagna elettorale, ha reso evidente nei risultati catastrofici delle due liste di Adinolfi e di Mario Mauro e Tarolli.

Mario Mauro voleva tornare a svolgere un ruolo importante, dopo l’emarginazione subita da Forza Italia, mentre Ivo Tarolli, dopo le negative esperienze con Passera e con Parisi, ambiva al ruolo di leader del cattolicesimo politico degli italiani, finendo entrambi miseramente come avevamo facilmente pronosticato.

Dobbiamo renderci conto tutti che divisi non si va da nessuna parte. Ci auguriamo che ne prendano realisticamente atto anche Mauro e Tarolli che, cedendo alle pretese di presunti “cattolici radicali”, avevano accettato di discriminarci rifiutando un esplicito riferimento nella lista dei Popolari per l’Italia alla Democrazia Cristiana, partito mai giuridicamente sciolto.

Ora bisogna ripartire, avendo consapevolezza di costruire un nuovo centro democratico popolare, un’unione dei movimenti popolari e liberal democratici italiani, aperta alla collaborazione con i partiti alternativi alla deriva nazionalista e di destra rafforzata dal voto europeo in Italia.

Qualcuno in casa nostra DC, sembra compiere qualche smorfia a questa proposta, ma, se non vogliamo ridurre la nostra partecipazione a mera testimonianza, con i rischi confermati dal voto europeo, nessuna alternativa al governo eventuale della destra estrema, come ipotizzato dalla Meloni, potrà nascere se non si ricostruisce un centro politico ampio e plurale nel quale ciò che resta dei democristiani (confidando anche sul 49% dei renitenti a diverso titolo al voto) potranno apportare la loro migliore cultura politica, quella dei cattolici democratici e dei cristiano sociali. Nostro dovere e impegno politico fondamentale: tentare di tradurre nelle istituzioni la dottrina sociale cristiana e insieme a chi, condividendo i valori dell’umanesimo cristiano, intende insieme a noi difendere e attuare integralmente la Costituzione.

L’amico Massimo Sernesi, all’interno di un interessante dibattito aperto da Luigi Intorcia sul web, ha indicato alcune azioni indispensabili da compiere che, anche da me condivise, sono così riassunte:

  1. Guardare alle soluzioni, non alle ideologie
  2. Non urlare, ma ottenere ragione con la dialettica
  3. Presentare candidati di provata capacità e rispettabilità
  4. Imbastire un dialogo continuo coi cittadini, non paracadutare diktat dall'alto
  5. Avere una vera democrazia interna, non plebisciti come quelli dei 5 stelle
  6. Saper giungere a decisioni e punti programmatici precisi
  7. Agire a tutti i livelli (culturale, economico, ecc.) e non solo sulla propaganda politica
  8. Costruire una classe dirigente e una cabina di regia capaci di guidare le scelte importanti
  9. Costruire un radicamento sul territorio utile a sostenere qualunque campagna
  10. Usare le tecnologie, social e non solo, per supportare i punti precedenti

Ora però: basta con le liti interne tra ciò che rimane della DC, sarebbe continuare una rappresentazione tragicomica e senza senso; apriamoci a un confronto sereno e costruttivo con tutti gli amici ex DC per concorrere tutti insieme alla costruzione di un nuovo soggetto politico ampio e plurale, come da tempo, vado proponendo, sul modello dell’Unione dei Movimenti Popolari che nacque in Francia, dopo la fine della DC francese ( MRP). Continuare a combattere su simbolo, nome e annessi e connessi vari, sarebbe da stupidi e suicidi. E’ tempo di un serio ripensamento all’interno di tutta la vasta e frammentata area cattolica, anche da parte della gerarchia, divisa persino sulla voce suprema del Papa. Della cultura politica e della partecipazione politica attiva dei cattolici e dei Popolari, il Paese e l’Europa hanno assoluta necessità, specie in questa fase cruciale dei rapporti internazionali nell’età della globalizzazione.

Ettore Bonalberti

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