«L’attualità di un impegno nuovo» è il tema del convegno internazionale che si svolge a Caltagirone, dal 14 al 16 giugno, in occasione del centenario dell’«Appello ai liberi e forti» lanciato da don Luigi Sturzo e concepito come base su cui erigere il Partito Popolare italiano. L’incontro mira a offrire una meditata e illuminante rilettura dei dodici punti del programma: una rilettura che si configura come un discernimento comunitario sui segni dei tempi e che ponga in dialogo tutte le istanze vigenti: laiche, ecclesiali, sociali, accademiche, economiche e politiche. Per ogni punto dell’Appello sono stati interpellati tre esperti, i quali hanno predisposto un elaborato tematico confluito in un documento di base. Ogni singolo documento, afferente a ciascuno dei dodici punti dell’Appello, rappresenterà la piattaforma concettuale su cui i partecipanti al convegno dialogheranno nelle distinte sessioni tematiche.

Per don Luigi Sturzo la libertà è radicata nell’antropologia cristiana che mette al centro la dignità della persona e la sua coscienza. La “libertà spirituale” offerta a tutti gli uomini dal Vangelo è la libertà originaria propria della natura razionale dell’uomo, che diviene garanzia della democrazia se è nelle condizioni di essere l’anima della vita morale, civile, politica. La difesa della libertà religiosa non può essere mai disgiunta dalla battaglia per la “libertà di tutti”, perché difendere la libertà religiosa include necessariamente la difesa delle libertà civili e politiche. Per il sacerdote siciliano la libertà della Chiesa è unita alla sua indipendenza da altri poteri ed è motivata per consentire alla Chiesa lo svolgimento nel mondo della sua missione e del suo magistero di carattere spirituale. Per salvaguardare la propria libertà, la Chiesa non si può asservire a regimi politici antidemocratici neanche a quelli che sembrano favorirne l’azione pastorale.

Sulla concezione della libertà religiosa e dell’indipendenza della Chiesa in don Luigi Sturzo c’è un’evoluzione. Nei primi anni del suo ministero sacerdotale difende il potere temporale del Papa come verità naturale collegata alla verità di fede in quanto costituisce la garanzia della indipendenza e della libertà della Chiesa. In uno scritto del 2 giugno 1901 don Luigi precisa: «Non possiamo leggere nel futuro; ma forse la formula in cui s’incarnerà l’indipendenza del Papa sarà diversa da quel potere temporale, che come stato politico, ebbe la sua grande funzione in Italia e nell’Europa». Nel 1904 parlando della Chiesa sotto i Borboni egli prospettava l’esigenza di una Chiesa più libera, più povera, più legata al popolo e meno al potere statale, con il quale anzi doveva lottare: «Oh! Meglio la lotta di oggi che i ceppi regali e dorati di ieri; meglio l’onorata povertà di oggi dei cleri e dei vescovi che le ricchezze di ieri tenute a prezzo d’ipocrisie e di tradimenti; (...) i re non tornano e i popoli camminano. (...) e con i popoli cammina la Chiesa». Nel Discorso di Caltagirone del 1905 Sturzo afferma: «Il sommo pontefice come capo della Chiesa cattolica non può rinunziare alla sua ingenita libertà e indipendenza; sempre o libero o perseguitato, mai il papa fu servo, se non a patto di perdere la sua potenzialità morale e la sua stessa autorità».

L’Appello «A tutti gli uomini liberi e forti» del Partito Popolare italiano reclama «come anima della nuova società, il vero senso della libertà rispondente alla maturità civile del nostro popolo e al più alto sviluppo delle sue energie; libertà religiosa non solo agli individui ma anche alla Chiesa, per l’esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà d’insegnamento, alle organizzazioni di classe, comunale». La libertà della Chiesa è inserita nel contesto della promozione della libertà vista globalmente e collegata con la libertà di insegnamento e di associazione e con le autonomie comunali. Nel programma del Partito Popolare, partito laico d’ispirazione cristiana la libertà e l’indipendenza della Chiesa è messa all’ottavo punto ed è fondata sul «rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo».

Nell’opera Chiesa e Stato Sturzo costata criticamente che in passato la Chiesa mentre difendeva la propria libertà avversava le altre libertà «perché implicavano la libertà dei culti e della diffusione delle teorie contrarie alla fede e alla morale cristiana». Egli è convinto che i cattolici debbano usare la libertà di associazione, di parola e di stampa introdotta dallo stato liberale, che però paradossalmente per mantenere il potere negava agli oppositori fra cui i cattolici. Sturzo afferma: «Ma le libertà sono coerenti o non sono; se si negano alla Chiesa come avversaria dello Stato laico, presto si negheranno a tutti coloro che sono considerati avversari dello Stato (quale ne sia la sua caratteristica prevalente) fino a lasciarne il monopolio al governo e alla sua fazione. Se d’altra parte la Chiesa la domanda per sé, ammette o suppone che le libertà siano un dominio generale per tutti gli altri».

Don Sturzo nell’opera La Vera Vita: sociologia del soprannaturale valorizza la libertà di coscienza di ogni persona e, a partire dall’universalità della grazia, ammette la possibilità della salvezza per tutti gli uomini, che anche se non conoscono il compimento della rivelazione divina «nell’incarnazione del Verbo e nell’effusione dello Spirito Santo, non per questo sono da riguardarsi fuori dal ritmo della vita soprannaturale». I non cristiani se moralmente retti «nell’intimo della loro coscienza», «sono chiamati per la fede alla grazia di Dio», «sono anch’essi, senza saperlo, figli di Abramo» e, soprattutto, «implicitamente partecipi della grazia ottenutaci da Gesù Cristo», «non vivono semplicemente della vita naturale, sono già anch’essi nel ritmo della vita soprannaturale». Don Luigi Sturzo, precorrendo il concilio Vaticano II, afferma l’importanza della libertà religiosa come diritto fondamentale di ogni persona e garanzia della civiltà di uno Stato. Scriveva nel 1959, l’anno della morte: «Concepire una comunità civile senza la personalità del cittadino e il suo contenuto religioso è, oltre tutto, un assurdo storico; concepire uno Stato che combatte, avvilisce, elimina la religione come tale, è un oltraggio alla libertà individuale e un disordine morale che toglie la qualifica civile e annulla la sostanza di una vera civiltà. (...) non è logicamente e storicamente ammissibile, sia nel mondo civile che nel mondo primitivo, l’abolizione di qualsiasi espressione religiosa, di qualsiasi comunità di culto, altrimenti che come una involuzione incivile, come una sopraffazione violenta e barbarica».

Da l’Osservatore Romano del 13 giugno 2019

di Michele Pennisi

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