la Democrazia Cristiana nella lunga stagione della diaspora,
considerazioni sul periodo 1993-2020

 

Sostengo da tempo che non è stata scritta finora una storia completa e ragionata della Democrazia Cristiana e questa mancanza ha consentito una condanna generalizzata dei lunghi anni del governo democristiano perché non si conoscono nei particolari gli eventi e le cose concrete realizzate da questo partito.

Quando manca la dimensione storica della narrazione, la cronaca si accanisce sui singoli fatti, soprattutto se negativi, che certamente, da parte della grande stampa, si ha il dovere di mettere in luce, ma che sono pur sempre marginali.

Ettore Bonalberti pone riparo a questa lacuna e nella sua esposizione sul partito "cattolico o di cattolici" racconta l'evoluzione che la DC ha avuto nella sua ideologia, nel suo rapporto con i Papi che si sono succeduti, con la Chiesa, e con la dottrina sociale della Chiesa, con la sua anima cristiana e laica, facendo riferimento alle grandi intuizioni di Sturzo e di De Gasperi.

L’analisi originale e nuova che troviamo nel suo libro si riferisce all’intero percorso della sua personale esperienza in Italia fino ai nostri giorni, fino alla costituzione della "Federazione Popolare dei Democratici Cristiani" che, in prospettiva, come lui stesso dirà alla fine del libro, pone finalmente le basi per una ricomposizione di tutto le espressioni politiche e sociali che si riferivano al partito popolare e alla Democrazia Cristiana. Bonalberti lo fa da fervente democristiano e da esperto delle vicende della DC vissute dagli anni 60 in poi, e io riconosco che, finalmente, cominciamo ad avere una storia della DC da uno ancora più fervente appassionato come Ettore che era ed è disposto certamente a restare unico e solo “socio” del vecchio partito se fosse rimasto nell’ombra o non fosse riuscito a risorgere come secondo la profezia di Aldo Moro lanciata dalla sua prigione lasciava intravedere. E in verità, solo uno come lui poteva squarciare il muro del silenzio su alcuni episodi per far luce su quello che la DC come contenuto culturale e governativo ha offerto al paese per garantire non solo la “crescita” che oggi si invoca disperatamente, ma lo sviluppo che ha un significato non solo materiale ed economico, ma culturale e spirituale. Preciso che racconti sulla DC ve ne sono tanti e interi volumi, anche dotti, sono stati scritti da storici di grande valore o da presunti tali, ma tutti gli scritti sono ricchi di singoli avvenimenti, di singoli fatti visti sempre con l’occhio e la mente malevoli perché ispirati da preconcetti.

Per fare la storia è necessario offrire ai posteri indicazioni precise e oggettive con un racconto e un lavoro come quello che ha fatto (tremenda fatica) Ettore Bonalberti, perché egli fa coincidere la cronaca, e la storia e quindi ha riscattato l’orgoglio di chi ha segnato nel dopo guerra il cammino della democrazia e dello sviluppo, come si è detto, di chi ha saputo operare sul piano interno come su quello internazionale per far diventare il nostro paese quinta potenza industriale, di chi ha saputo superare il vecchio ambiente “del Mezzogiorno d’Italia“ come auspicavano Dorso e Salvemini, di chi ha alimentato una solidarietà sociale tanto forte da determinare quell’interclassismo come unità tra le classi sociali. Infatti, già negli anni ‘60 e ‘70 quella solidarietà aveva sconfitto la lotta di classe e il comunismo. Bonalberti spiega nei vari capitoli che, come in ogni prefazione che si rispetti, si ha bisogno di accenni, di brevi commenti per invogliare il lettore a leggere approfonditamente che la DC era un partito plurale non sul piano formale, ma sostanziale nella vita di ogni giorno. Questa caratteristica del partito è il filo del ragionamento che segue tutto il libro per dimostrare che la DC, pur essendo di parte, si è fatta carico dei problemi dello Stato e della Società nella sua interezza: questo è il vero valore insopprimibile che gli storici dovranno solennemente riconoscere. Ettore risente degli studi che Giovanni Di Capua ha fatto da tempo con assiduità giornaliera sulla evoluzione della DC e sul suo significato storico.

La DC fu, specie alle origini, un partito plurale, non un partito con un’ideologia rigida. È dalle radici plurime che occorre iniziare per fare un punto su ciò che la DC ha rappresentato nella storia nazionale e, peraltro, sulla fine violenta che essa ha subito così da poter individuare, dopo trenta anni un percorso di recupero ideale che restituisca dignità e nobiltà a un movimento politico che lo merita e che non va abbandonato alla dimenticanza.

Soffermarsi con più attenzione su quella fase, significa riguardare meglio lo stato complessivo della democrazia in Italia quand’essa venne forzosamente trasferita dal proporzionalismo storico, “fondativo” della Repubblica e della stessa Carta Costituzionale a un bipolarismo coatto, che ha finito col peggiorare il già sgangherato ordinamento nazionale; e col fare esplodere, negli ultimi dieci anni, una reazione popolare di protesta che il “grillismo” rappresenta negli aspetti più deteriori ed equivoci, ma che è diffuso anche nelle parti politiche più responsabili.

Inevitabile dunque è il suo giudizio sugli anni della Seconda Repubblica, che segnano un continuo cedimento all'incoerenza, al tradimento di patti politici allegramente sottoscritti, e alla perdita complessiva del concetto dello Stato ma, soprattutto, al senso della politica.

Se trent’anni orsono veniva uccisa la Dc, pilastro valido, e attentissimo alla pluralità degli equilibri istituzionali presenti in una società sempre più complessa e complicata, i regimi che sono succeduti sono stati una vera sciagura. Il bipolarismo all’italiana ha portato vecchi reazionari a proporsi come attori di un sinistrismo ottuso e non credibile; determinando mescolanze fra liberali e neofascisti dove questi ultimi hanno preteso di essere considerati campioni di democrazia.

La “società civile” si è sostituita alla società politica in apparente contraddizione ma senza alcuna motivazione, perché la cosiddetta “società civile", fittiziamente messa in contrasto con quella politica , è ancora in parte rilevante di estrazione cattolica, e dunque le riflessioni necessarie per ragionare su come siamo stati e saremmo dovuti essere non possono continuare a rimanere inevase, e su queste Bonalberti dà precise risposte attribuendo responsabilità alla stessa classe dirigente democristiana.

Dopo la liquidazione violenta della DC e dopo il fallimento di un bipolarismo distruttore del pluralismo sociale, è colpa in primo luogo dei cattolici che sono venuti meno alle conquiste plurisecolari del cattolicesimo politico: questo purtroppo bisogna riconoscerlo.

La disunità politica cattolica è sempre esistita: nell'ottocento, nell’età liberale, sotto il fascismo, nella prima e nella seconda Repubblica, nel periodo in cui il tecnicismo ha sostituito la politica.

Dunque l’unità politica dei cattolici, in realtà, non è mai esistita, anche se molti l’hanno ricercata con convinzione, altri ancora come una necessità temporanea, non pochi come una giustificazione ingannevole, avendo il cattolicesimo italiano avuto varie anime politiche.

Compete, dunque, a noi cattolici laici e politicamente responsabili, individuare i percorsi sui quali ricominciare il nostro cammino, cogliendo il senso di una realtà in continua evoluzione e avendo coscienza che è errato invocare un qualsiasi cambiamento che rischi di risultare più arretrato rispetto alle condizioni attuali che consideriamo assolutamente negative.

È per questo che Bonalberti in tutti questi anni con una costanza encomiabile ha continuato tutti i giorni a inondarci di fax prima ed e-mail oggi, esaltando la storia della DC e il dovere della vecchia classe dirigente e della nuova di far rivivere quei valori fondati non sulla nostalgia, ma capaci di preparare il futuro.

Tutte le riflessioni contenute nel libro consentono di far verificare ai lettori la coerenza personale delle idee e riprendere il filo conduttore delle prese di posizione di Bonalberti, che sono state sempre coraggiose perché considerate da lui un dovere d’indicazioni per le nuove classi dirigenti.

La crisi dei partiti, che ha determinato partiti personali, ha sfigurato se non annullato le identità politiche e quindi del partito dei cattolici, e Bonalberti da politico esigente e scrupoloso si mostra convinto che senza “l’identità” non si può configurare la democrazia.

Questo l’insegnamento principale che viene fuori dal suo libro che dimostra la sua grande tenacia e la collaborazione decisiva che ha dato a me e a tanti piccoli partiti che si riconoscono ancora nella scia della DC e a tante altre associazioni, per dar vita nell’ottobre scorso alla “Federazione Popolare dei Democratici Cristiani” dalla quale dovrà venire
fuori un’altra storia!

Giuseppe Gargani

 

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